BIOGRAFIA – BIOGRAPHY

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Lucio Pezzolesi è nato a Fano (PU) nel 1935 e ha compiuto la propria formazione presso l’Istituto Statale di Belle Arti di Urbino, allora sotto la direzione di Francesco Carnevali. Condotto a termine anche il biennio di Magistero, si è diplomato nel 1956, specializzandosi in Tecniche Litografiche con il maestro Carlo Ceci. Risale allo stesso anno l’inizio della sua carriera didattica: viene infatti chiamato dal direttore dell’Istituto Statale d’Arte di Fano, Primo Bidischini, ad insegnare Materie Artistiche in quella scuola. L’incontro con Bidischini e, successivamente, quello con il nuovo direttore Edgardo Mannucci, si riveleranno d’importanza determinante per l’evolversi professionale ed artistico di Pezzolesi.
Nel 1955, intanto, l’artista aveva già ottenuto a Roma un primo riconoscimento “ufficiale”: il “premio segnalazione” alla Mostra Nazionale d’Arte “Incontri della gioventù”, a cui aveva partecipato con una litografia in bianco e nero, poi pubblicata e recensita sulla “Fiera Letteraria”.
Litografo, illustratore e pittore, Pezzolesi ha dato vita ad una produzione artistica improntata inizialmente ad un realismo ricco di contenuti sociali, a cui presto è subentrato un vivo interesse per la ricerca astratta e le sperimentazioni materiche. Questo nuovo indirizzo della sua creatività (che si è espresso attraverso l’utilizzo dei materiali più diversi, come iuta, smalti, lamiere, cementite, gesso, etc.), ha trovato il suo spazio a partire dal 1957, quando l’artista  comincia  ad  esporre  le  sue opere nelle mostre regionali (“Accolta dei Quindici” di Fano (PU), 1957; “Giovani Artisti Fanesi”, 1958; “Premio Marche” di Ancona, 1959; “Premio A. Bucci” di Fossombrone (PU), 1963, tra le quali si inserisce anche la personale allestita nel ’61 presso la Galleria Puccini di Ancona. È a proposito dei lavori presentati in questa occasione che Pezzolesi merita il seguente giudizio di U. Manganelli: “[Pezzolesi] è artista sensibile che colpisce immediatamente per la sincerità delle emozioni espresse e che trovano corrispondenza nell’osservatore… Ma le due opere che più colpiscono per l’equilibrio e per la distensione progressiva del colore sono Solitudine e Sensazione. In questo l’artista ha raggiunto veramente un suo modo compiuto e immediato. Nel segno e nel colore si coglie l’uomo rigettato nella sua intimità con pesante fardello della frattura tra sé e l’esterno, dove anche l’unità interiore viene vanificata e accettata con triste rassegnazione” (“L’Avvenire d’Italia”, 20 maggio 1961).
Risale alla metà degli anni ’60 l’inizio della lunga e appassionata ricerca grafica di Pezzolesi: dall’esplicito contenutismo delle prime opere si passa alla tematica del ‘segno’, inteso come esile traccia di un sismografo non solo e non tanto interiore, quanto, soprattutto, ‘cosmico’. Sono opere di grande perizia tecnica, eseguite per la maggior parte a penna e inchiostro di china su carta bianca, e mosse in alcuni casi da leggeri interventi a rilievo sulla superficie cartacea. Attraverso questo linguaggio costante, sperimentato anche sul piano plastico-pittorico, l’artista sembra volere stabilire un contatto con il macrocosmo esterno alla chiusa individualità del singolo uomo, e ascoltare in silenziosa concentrazione, per rilevarlo e tradurlo in segno, quello che egli stesso definisce “il messaggio tecnologico del mondo spaziale extrasensorio”. È un rapporto tra il ‘sé’e ciò che dal ‘sé’è escluso, e viene “…filtrato attraverso uno strumento di precisione, razionalizzato attraverso la registrazione di un diagramma grafico. E d’altra parte questa dualità tra razionalità e sensazione è… confermata dalla strutturalizzazione a cui Pezzolesi sottopone la libertà del segno organizzato in spartiti precisi, o come ingabbiato entro limiti spaziali precostituiti” (dalla presentazione di A. Pandolfelli alla personale allestita presso la Saletta Rossini di Pesaro, marzo 1969). Questi approfonditi studi grafici trovano un terreno adatto per esprimersi anche nel campo delle sperimentazioni più prettamente materiche: ecco allora i grandi fogli di lamiera zincata e i laminati plastici con interventi a rilievo, le superfici ravvivate da colori a spruzzo e le applicazioni di elementi stampati in serigrafia, anch’essi piegati all’uso di tabula rasa su cui i ‘messaggi spaziali’ potranno lasciare la loro traccia. Opere grafiche di questo tipo furono esposte nel 1965 alla IX Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e alla personale allestita presso la Galleria Peruzzi di Bologna, in occasione della quale l’artista venne presentato dal critico Giancarlo Politi, che così si espresse nei suoi confronti: “Lucio Pezzolesi è un giovane i cui interessi estetici vengono stimolati da sensazioni di ordine ottico oltre che puramente formale, anche se la sua grafica, nei casi in cui non sia particolarmente pullulante (ed in questo caso arriva addirittura ad una sollecitazione cinetica nel fruitore, ovvero pretende una partecipazione attiva di movimento pendolare, tanto per intenderci) giunge a diluirsi come l’eco di un’onda sulla sabbia, per correre l’avventura dello spazio incantato della pagina bianca”.
Verso la fine degli anni ’60 prende forma nel percorso artistico di Pezzolesi la tematica della percezione tattile-sensoriale: momento primario e imprescindibile dell’esperienza umana di cui l’artista intende riappropriarsi in pieno, recuperandone le radici e i meccanismi psicologici. Sua intenzione era, infatti, quella di stimolare nel fruitore dell’opera “quella partecipazione non esclusivamente ottica che le arti “generalmente propongono, ricollegandosi in tal modo a consimili esperimenti attuati in ambito futurista. Sulla base di queste idee, nel ’68 Pezzolesi progettava
TACT n. 1, una grande struttura chiusa in legno e laminato plastico che poi venne esposta alla 1a Mostra “Incontro”, a Fano. Essa nascondeva alla vista i materiali più diversi, a cui il fruitore poteva accedere attraverso un’apertura praticata nella struttura stessa. Il contatto con la materia, senza l’ausilio della percezione visiva, stimolava una ricerca mentale più o meno inconscia, tesa a “recuperare quei fatti della nostra esperienza fisica ed emotiva che sono rimasti latenti nel profondo della nostra coscienza”.
Per una esperienza sensoriale totale, Pezzolesi suggeriva inoltre la creazione di opere che sensibilizzassero anche l’olfatto e l’udito, per arrivare infine ad un’attivazione globale di tutti i cinque sensi che riproponesse “in termini estetici ed esistenziali una precisa azione vitale”.
Qualche memoria di questa ricerca lasciata in sospeso si può forse intuire in alcune delle opere attuali, frutto delle nuove ricerche che l’artista conduce ora nel suo studio pesarese. Sono creazioni in cui la grafica e l’uso di plastiche e oggetti di scarto si intrecciano e si alternano ancora, pronti a trasformarsi in vivo strumento di indagine e conoscenza del mondo esterno, quello con cui Pezzolesi ha cercato sempre di stabilire un contatto attraverso un’attività di ricerca diversificata e vivace.
La carriera didattica dell’artista, che si è svolta su binari paralleli al suo percorso creativo, nel 1974 lo ha portato a Pesaro dove, fino al 1989, ha ricoperto la cattedra di Progettazione della sezione “Arte del Tessuto” presso l’Istituto Statale d’Arte “Ferruccio Mengaroni”. La sua esperienza di insegnante è stata suggellata dall’importante mostra di tessitura dal titolo “Progetti e Prototipi”, di cui ha curato l’organizzazione e l’allestimento nel 1989, con l’intento di presentare anche ai non addetti ai lavori una selezione di elaborati didattici degli allievi dell’istituto pesarese.
Tra i riconoscimenti ottenuti invece per la carriera artistica ricordiamo il 2° premio pittura – 1a Mostra Regionale d’Arte di Loreto (AN), 1961; il ‘premio acquisto’ del Comune di Ancona conseguito nell’ambito della mostra “Premio Marche”, 1966; la medaglia d’argento per la grafica ricevuta nella XVII edizione del “Premio G.B. Salvi” di Sassoferrato (AN), 1967; la medaglia d’oro per la grafica, ottenuta nel 1968 al “Premio Novi”, nell’omonima località in provincia di Modena.
Dopo il 1970, anno della sua partecipazione alla IV Biennale di Novi, per molto tempo Pezzolesi non si è presentato a mostre e manifestazioni. Tornato alla ribalta nel 1990 in occasione di “CronoVideoGrafie”, esposizione multimediale e collettiva in cui ha esposto l’opera dal titolo Dissolvenza (1967), l’artista ha poi partecipato nel 1993 all’iniziativa nata in concomitanza con la manifestazione musicale fanese “Jazz by the sea”: artisti e passanti si sono cimentati dal vivo nella creazione di dipinti ispirati ai concerti che avevano luogo in quei giorni a Fano. L’opera di Pezzolesi rimanda direttamente alla manifestazione (sul dipinto è incollato il programma delle serate) e la ingloba nella sua composizione in cui il segno nervoso intreccia un vivido azzurro col nero e col bianco. Le opere eseguite in tale occasione sono state recentemente esposte a Fano presso la Galleria Comunale di Arte Contemporanea.
La personale di Sala Laurana intende invece offrire un saggio dell’intero percorso artistico di Pezzolesi dal 1957 al ’93. Con le opere recenti l’artista riconferma la sua volontà di documentare l’esperienza esistenziale spaziando nell’utilizzo dei modi e dei materiali più diversi: l’oggetto di uso comune, lo scarto, il residuo della quotidianità si riempiono di forte presenza vitale nel momento stesso in cui vengono riconosciuti quali sensibili testimoni dell’esistenza individuale dell’uomo e del macrocosmo che ne è il presupposto.

Pesaro, Luglio 1994

Stefania Francioni

(Nota biografica per catalogo “Mostra antologica 1957-93”, Sala Laurana, Palazzo Ducale, Pesaro, 17 settembre – 4 ottobre 1994).