IVO GIGLI

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ARTE DURA CONTRO IL GRIGIORE UNIVERSALE: LE OPERE DI PEZZOLESI

L’arte non è morale, etica, l’arte non deve, non può insegnare, essere pedagoga, tutto ciò è lontano dalla sua natura, dalla sua essenza; eppure, indirettamente l’arte insegna anche, ci fa rimembrare, ammonisce con le icone, anche. Ma è un risultato riflesso, indiretto e obliquo come obliqua è la sua natura, sfuggente e difficilmente definibile.
Le opere di Lucio Pezzolesi, artista marchigiano, esposte dal 23 agosto alla Galleria Comunale di Santa Maria ad Nives, a Rimini, ci inducono a pensare. Un’arte, la sua, diciamo concettuale, dura, ostica percettivamente, con le plastiche e i cartoni, le diffuse lanugini e polisteroli, i cocci, i vetri, i metalli banali delle lattine della birra, tutto marcatamente antiestetico (almeno nel senso accademico del termine). Sono lavori che paiono gridare muti la protesta per il pattumierismo del post-moderno immerso com’è in un consumismo sempre più fine a se stesso, perniciosamente rampante a instaurarsi blasfemamente come Valore. Ed è cosa di tutti i giorni, ci viviamo dentro, ne godiamo e ci sentiamo insieme sommersi, sommersi dall’oceano pubblicitario che ci rimuove sempre più dalla Natura. Questo ha colto Pezzolesi.
Ma non è moralismo, perché i suoi lavori raggelanti installati nella grande navata delle ex-chiesa sono discreti, hanno il silenzio dello sconforto intinto di ironia; la sua è una denuncia dai mezzi poveri  che non vuole sortire urla e retorica, ma ha la consapevolezza che solo tramite loro, quell’alzarsi di giganteschi sinistri totem o annunciarsi come accordi atonali e angoscianti della musica di Alban Berg o sorgere lacerati apocalittici fantasmi dell’insignificante, tutto diffusamente spento in un grigiore universale, può parlare il linguaggio adatto alla sua epoca dietro le cui apparenti luminescenze trapela il cupio dissolvi. Dunque, un’espressività impietosa che possiede una puntuale tecnica coerente al testo che vuole presentare e con risultati a volte decorativi (Pagine 1991), allusivamente architettonici (Arco, 1992) o felicemente barocchi come nell’immensa rumorosa cascata di infinite strisce di carta-stampante (“Seme”, 1993). Sono risultati che ci dicono quanto l’immaginario di Pezzolesi ha saputo nutrirsi e far suo il materismo di Burri, di Fautrier, di Tàpies, il caos gestuale dell’informale americano, il mondo della Pop-Art e l’oggettualità magazziniera di un Christo; un testimone del tempo che ama una tastiera in Do Minore con irrisione e rigore monacale.
La rassegna di Lucio Pezzolesi, il quale ha un ricco curriculum espositivo in molte città italiane, tra cui la Quadriennale romana del 1965, chiuderà il 7 settembre.

Ivo Gigli

(Recensione su il “Corriere di Rimini” 27/08/1997, mostra personale “Opere recenti 1989-95 Recent works”, Sala S. Maria ad Nives, Rimini 1997)