MARIASTELLA SGUANCI

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LUCIO PEZZOLESI

L’attività nel campo delle arti visive di Lucio Pezzolesi ha ormai radici lontane nel tempo, radici che si sono nutrite di quei fermenti complessi appartenenti ad un momento storico caratterizzato da forti mutamenti sociali e da intensi scambi di idee e valori espressivi tra le diverse realtà nazionali ed internazionali.
I suoi segni, agli esordi, rivelano una matrice culturale che trae origine dalla scuola urbinate e già alla fine degli anni cinquanta sono composti con libertà e caricati di sostanza evocativa: sono tratti, ondulazioni volti a creare atmosfere e vibrazioni fermate entro pagine di rarefatta densità. Ma ecco, negli anni sessanta, sovrapporsi a questo input originario altre esperienze culturali alle quali Pezzolesi presta un’attenta riflessione che lo porteranno ben presto ad approfondire aspetti ulteriori legati alla materia.
Emblematica, a questo proposito, ci sembra l’opera del 1967 intitolata Dissolvenza dove l’artista immette, in una composizione strutturata ancora attraverso segni grafici articolati in campiture, elementi materici che completano l’opera e con questa si fondono come laminato, gomma e lamiera.
Era l’occasione dell’incontro con ciò che possiede un corpo, con i frammenti di oggetti d’uso comune che condurranno l’artista a sviluppare la sua ricerca entro un’operazione che non solo intendeva recuperare ma ridare anima e significato ad elementi del quotidiano sostanziandoli di valenze fino ad allora non considerate, dimostrando, tra l’altro, di aver recepito in modo del tutto personale la lezione americana della Pop Art. Ed è su questa linea che tutt’ora si muove l’attività di Pezzolesi. Lo troviamo infatti oggi, con le opere presenti in questa esposizione, impegnato a dar forma a pensieri che di quella origine conservano il ricordo. Alcuni loro titoli sono Souvenir, Totem, Flipper, Déjeuner sur l’herbe e sono appunto oggetti che trasformano l’elemento ritrovato in sensazione, reminescenza, sentimento, di un attimo ormai perso o forse solo sognato, come pure Finestra su tempi arcani dove la materia dice altro da sé e le cose gettate e rifiutate riappaiono per raccontare di altri significati dell’esistenza. Così una volta tolti dal loro contesto, liberati dall’uso comune e composti secondo i ritmi nuovi della memoria, gli oggetti si rivelano per ciò che intimamente sono, giochi del pensiero, riscattando la loro origine. Ed è in questa povertà ritrovata, in questa umiltà propria dell’oggetto di scarto, che meglio si evidenzia la funzione simbolica poiché gli elementi ci appaiono non solo come prodotti che la società consuma e logora ma quali oggetti che usati entrano a far parte di attimi segnati dalla presenza dell’uomo. Momenti solo in parte conosciuti dato che in essi l’aspetto del consumo, dello status, e quello più intimamente legato al vissuto di ognuno di noi si saldano l’uno all’altro in modo indissolubile. Momenti che Pezzolesi ricompone in modo del tutto allusivo su supporti semplici, come il legno e il gesso, o entro campane di vetro e buste trasparenti perché il ciotolo, la plastica, l’alluminio, il cotone e il filo colorato possano imprimersi e fermarsi come tracce o impronte di desideri più grandi strutturati con rigore entro composizioni silenti, affinchè ben si comprenda che l’oggetto mostrato non è più quello reso inutile dall’uso meccanico ma ciò che la mente riscopre quale occasione per una nuova riflessione.

Giugno 1997

Mariastella Sguanci

(M. Sguanci – Introduzione critica al catalogo della mostra personale, “Opere recenti 1989-95 Recent works”, Sala S. Maria ad Nives, Rimini 23/08/1997 – 07/09/1997)