SILVIA CUPPINI

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I COMBINES PAINTING DI LUCIO PEZZOLESI

Al centro di questa grande mostra c’è Fano, città natale di Pezzolesi: un ritorno e una messa a punto delle ricerche che l’artista ha avviato dagli anni cinquanta e che ancora non intende concludere. Una mostra omaggio alla sua città e una dedica alla compagna della sua vita: la moglie Rosaria.
Al centro del percorso artistico si pone Tact n. 1 del 1968: una macchina che restituisce la passione curiosa di Lucio Pezzolesi per l’uso creativo di materiali tecnologici unitamente alle esperienze legate alla psicologia della forma (Gestalt). L’opera si presenta come una grande scatola ricoperta di laminato plastico giallo e, grazie al foro praticato sul coperchio ruotante, lo spettatore può introdurre una mano e compiere diverse esperienze tattili. L’opera costituisce il punto d’arrivo dei lavori astratti che si sono susseguiti dalla fine degli anni Cinquanta e che hanno trovato nei disegni a china su carta, presentati alla IX Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma nel 1965, la loro originale sintesi progettuale. I disegni: Caduta di una goccia d’acqua, Nascita d’immagine, Imponderabilità, riprodotti in questo catalogo, contengono anche nel titolo il rimando agli infiniti mutamenti della forma. L’artista con mano ferma e sensibile intesse una texture di linee vibranti e vibratili. Da qui l’esigenza subito avvertita di muovere la superficie, utilizzando lamiere serigrafate e modellate su oggetti seguendo la tecnica del frottage. Sarà con gli anni Settanta che l’oggetto si rivela, emerge da dietro dichiarando la sua identità di sasso, striscia di metallo, fondo di bottiglia. Analisi + tempo= presenza, Genesis, Contaminatio, Punto condizionato, Modulo A/4, Confezione= Tempo+Spazio+Verde, Confezione= Verde+Tracce inquiete, Germinazione, Picnic-Le déjeuner sur l’herbe, sono i titoli che dichiarano gli intenti espressivi di Pezzolesi che sempre più matura il suo linguaggio in chiave Neodada.
La tipicità di questo movimento artistico che ha attraversato i decenni cinquanta e sessanta in USA e in Italia è quella di un uso massiccio di materiali non artistici: Alberto Burri sceglie sacchi, ferri, legni e plastiche, Piero Manzoni i suoi escrementi, Robert Rauschenberg il letto, il piano da stiro, una capra impagliata. L’arte in tutte le sue espressioni è sentita principalmente come una fuga dal quotidiano, dalla ripetitività piatta della quotidianità e, quando, come per il New Dada, l’artista sembra tradire le nostre aspettative ci rifiutiamo di capire. Quando, per la prima volta vidi riprodotta l’opera The bed di Rauschenberg ebbi un moto di disgusto: non potevo accettare l’idea che un letto vissuto, completo di coperta patchwork americana e imbrattato di colori, potesse essere un’opera d’arte appesa alla parete. Ne parlai con Alberto Boatto, che insegnava Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Urbino dopo aver pubblicato il primo studio italiano sulla Pop Art americana, e la sua risposta costituisce una tappa del mio avvicinamento alla cultura contemporanea, mi disse: «Sul letto si nasce e si muore, è la vita». Per la prima volta ho capito che l’opera d’arte sopporta lo sporco, che l’opera d’arte come la vita a volte è impura. Anche le opere di Lucio Pezzolesi sono fatte di materiali ignobili, realizzate quando il riciclaggio non era di moda: avanzi di lattine, fondi di bottiglie di plastica, ciuffi di cotone idrofilo rimasto impigliato per caso, cartone, il tutto fissato con il gesso e smaltato da qualche pennellata di colore.
Picnic – Le déjeuner sur l’herbe, un’opera molto amata dal suo autore, unitamente a Scimmia 1 e 2, Saluti dall’Italia, Flessioni G= Sani e Belli, Ala inqunata (Ala corrupta) sono opere dell’ultimo decennio del Novecento e aggiungono all’utilizzo di materiali inattesi una buona dose di ironia. La prima rimanda al cibo, a quel cibo di cui racconta Manet con il titolo del suo quadro del 1863. Con Pezzolesi spariscono la modella, i due interlocutori, il paesaggio, l’altra donna nello sfondo e prende corpo la natura morta in primo piano e anche di questa è conservato solo l’orientamento spaziale delle vesti che fanno da base al cesto di frutta alla bottiglia d’acqua e al pane. Già al suo primo apparire il quadro di Manet fece scandalo, forse anche perché il titolo ironicamente distoglieva l’attenzione dal provocante nudo in primo piano, spostandolo sulla natura morta composta dal cibo, dagli abiti e dal cappello. Pezzolesi, operando una riduzione geometrica dell’insieme e un impoverimento dei materiali, aggiunge scandalo a scandalo.
E’ con grande sense of humour che Pezzolesi negli anni novanta costruisce veri monumenti alla sessualità femminile, organizzati in una grande installazione nella sala Laurana del Palazzo Ducale di Pesaro in occasione dell’Antologica del 1994. Linea rosa, Adolescenza, Pubertà, Invito, Senilità, il tema non si distacca da quello che percorre tutta la sua opera, quello della Germinazione, della crescita e della trasformazione: l’artista, infatti, contempla con occhio benevolo il continuo, incessante rinnovarsi del mondo e lo registra nelle sue opere, mettendo in atto una costante proliferazione di forme attraverso l’infinita varietà dei materiali.

Pesaro, Maggio 2014

S. Cuppini

(S. Cuppini – Introduzione critica al catalogo della mostra antologica “I combines painting di Lucio Pezzolesi – Opere 1957-1995”, Rocca Malatestiana, Fano, 9 Agosto/16 Settembre 2014)